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martedì 29 maggio 2012

Una biblioteca della letteratura universale


Per molti il mondo dei libri è una foresta ostile, troppo folta. Sentono che lì si celano quelle pagine che sarebbero per loro preziose, ma disperano di trovarle. Per questo essi vorrebbero essere guidati fra i libri. Ma pochissimi sanno essere loro d’aiuto: nei saggi qui raccolti dimostra di aver avuto in grado eminente quel dono Hermann Hesse, uno scrittore che continua a farsi amare da schiere di lettori e, oltre tutto, uno scrittore che aveva «letto tutti i libri». Con mano ferma e gesto intimamente gentile, Hesse introduce in questi suoi saggi alla «magia del libro». Spiega con limpidezza che cosa significhi incontrare un libro – evento che può essere non meno complicato e fatale dell’incontro con una persona. E ci aiuta, con discrezione e precisione, nel passo più delicato: la formazione della nostra biblioteca. Consiglia i testi inevitabili, ma con poche parole che ci rendono subito evidente perché dobbiamo conoscerli; e ci consiglia anche libri più segreti, che però per lui sono stati decisivi – invitando così ogni lettore a scoprire la propria fisionomia nella biblioteca che a poco a poco si costruisce. Il lettore che voglia iniziarsi all’arte sottile di scegliere i libri per sé troverà qui le indicazioni di un amico sapiente e del tutto privo di quel sussiego che molti ancora associano con la cultura. Alla fine non vedrà più i libri come un’angosciosa, sopraffacente molteplicità: «da innumerevoli lingue e libri di tanti millenni, da questo mostro mitologico dalle mille teste, quella di cui il lettore, nei suoi momenti di grazia, avverte su di sé lo sguardo è una chimera strana, sublime, più che reale: è il sembiante dell’uomo, da mille tratti contraddittori magicamente ricomposto». I saggi che compongono Una biblioteca della letteratura universale sono stati scritti tra il 1907 e il 1945.

Hermann Hesse, Una biblioteca della letteratura universale, Adelphi
Anno 1979 - 130 pagine

lunedì 14 maggio 2012

Il libro invisibile


Dovlatov è morto giovane, meno che cinquantenne nel 1990 nel suo esilio di New York. Forse nessuno meglio di lui è riuscito a raccontare l’Homo sovieticus, i suoi caratteri essenziali quali erano quelli degli ultimi decenni del comunismo prima della caduta, quando il regime era diventato soprattutto il regno della stupidità. E chissà quali vette d’umorismo avrebbe raggiunto se avesse potuto descrivere le sue trasformazioni successive. Poiché – come nota Laura Salmon, curatrice di questo volume – Dovlatov possedeva in modo sublime ciò che Pirandello considera il vero umorismo, cioè «il sentimento del contrario». Un «riso tra le lacrime» che pare aver colto il vero cuore della società in cui viveva, consistente, appunto, nel contrario di quanto preteso dal dogma di Stato: che gli esseri umani sono per natura buoni e stupidi naturalmente. Invece a Dovlatov appaiono maliziosi, forse maligni per natura, e molto intelligenti. È come se l’oppressione burocratica li costringesse a una bizzarra anarchia morale, una perpetua instabilità da emarginati, quale unico mezzo di sopravvivenza quando gli unici possibili legami civili ufficiali con gli altri sono quelli della stupidità. E questo contrasto tra il dogma e la realtà, rende tutti quanti, privilegiati ed oppressi, straordinariamente umani e straordinariamente divertenti. Così leggere le tante situazioni comiche, i tanti personaggi spontaneamente surreali, i dialoghi assolutamente imprevedibili, è come fare un amaro ed allegro viaggio, un on the road in un luogo spensierato perché oltre ogni speranza. Il libro invisibile, come le altre sue opere, è una «commedia autobiografica» e racconta dei tentativi fallimentari dell’autore di essere pubblicato in un ambiente in cui, più che la censura che ha il pregio di essere definita e netta, agisce un altro, più micidiale e condizionante meccanismo: «L’inettitudine totale non era spendibile. Il talento era sospetto. La genialità terrorizzava. La moneta più gradita era una moderata competenza letteraria». Ma parlare di sé è in realtà il pretesto per presentare il numero infinito di incontri, in cui, per l’occasione, si è articolata la ricerca di questo geniale e solitario narratore di storie, che parte dall’URSS anni Ottanta ma, come Gogol’ muoveva dalla Russia zarista, in cerca dell’animo umano universale.