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giovedì 6 novembre 2025

Tutti pazzi per Boccaccio

 Tutti pazzi per Boccaccio. Indagine su un caso di editoria e censura nella  Venezia del Settecento di Giacomo Cardinali - Sellerio


Nel 1729 comparve a Venezia un volume a stampa del Decamerone di Boccaccio, riproduzione fedele in tutto e per tutto (tanto da ingannare molti, allora e in seguito) della più celebre, e rarissima, edizione stampata a Firenze nel 1527 dagli eredi dell’editore Filippo Giunti, la cosiddetta Ventisettana. Un falso? Una truffa (tanto più che a quel tempo cominciava a diffondersi il collezionismo librario e nasceva la categoria di libro raro, con tutti i traffici connessi)? Dell’opera di Boccaccio, il testo più reputato all’epoca – fatta eccezione per un manoscritto fiorentino – era appunto la Ventisettana, perché il resto delle edizioni a stampa erano state purgate, manomesse e tagliate, o «rassettate» dalla Santa Inquisizione; ma la contraffazione veneziana del 1729 – riproduzione quam simillime del volume del 1527 –non era una truffa. Era dichiaratamente un facsimile, una copia fedelissima, fatti salvi minimi particolari che solo un attento esame di esperti poteva mettere in luce. Il primo facsimile della storia.
Ma perché produrre un facsimile di un’opera che poteva semplicemente essere ristampata ex novo, quando oltretutto non vi era dietro alcun intento di realizzare una falsificazione? Quali scopi, quali interessi, quali abilità tecniche, quali circostanze di costume e d’ambiente vi soggiacevano?
Su tale mistero editoriale, dalle mille svolte e implicazioni, indaga questo libro; e nella tela dell’indagine Giacomo Cardinali interseca divagazioni con esempi su come esaminare un testo antico, e come smascherare le trappole e gli inganni insiti nella sua falsificazione, o come viceversa procedere per ben falsificarlo. Ma, soprattutto, persegue una successione di indizi e tracce antiquarie intorno a un remoto caso editoriale. Chi fu l’artefice materiale della copia perfetta; chi il libraio editore; chi il regista dell’operazione intera; chi ci vide una speculazione finanziaria. E da queste tracce emergono le mode, le tendenze di costume e culturali che rendevano significativa la contraffazione; emerge il funzionamento della censura che condizionava le pubblicazioni, i suoi uffici e funzionari e anche i suoi avventurieri, spesso e volentieri con la tonaca, che sapevano aggirarla e sfruttarla per fare affari. E si scopre infine il perché di quella stranezza nella cosmopolita, raffinata e ricca Venezia del Settecento. Perché erano tutti pazzi per Boccaccio.


Giacomo Cardinali, Tutti pazzi per Boccaccio
Indagine su un caso di editoria e censura nella Venezia del Settecento

Sellerio - 2025 - 272 pagine

venerdì 15 novembre 2024

La memoria di Elvira

 La memoria di Elvira

Nata nel 1979, «La memoria» deve la sua lunga fortuna ai lumi di Leonardo Sciascia, al prodigio grafico di Enzo Sellerio e alla lungimiranza di certi librai avveduti. Ma soprattutto e sopra tutti, la deve a Elvira Sellerio e alle migliaia di lettori che nel corso di tanti anni ne hanno premiato e condiviso le scelte. «Uno dei più evidenti e gravi difetti della società italiana, e quindi di tutto ciò che – dalla cultura al costume – ne è parte, sta nella mancanza di memoria. Forse per la quantità eccessiva delle cose che dovrebbe contenere, la memoria si smarrisce, si annebbia, svanisce. Intitolare una collana letteraria “La memoria” presuppone questa considerazione d’ordine generale, anche se con intenti più limitati: una esortazione a non dimenticare certi scrittori, certi testi, certi fatti. Una collana che riserva scoperte, riscoperte, rivelazioni, sorprese».
Così Leonardo Sciascia scriveva de «La memoria». Per più di trent’anni Elvira Sellerio ne ha perfezionato gli intenti iniziali, moltiplicato la varietà di titoli, così componendo una biblioteca ideale intesa come mosaico di tante biblioteche ideali.
La signora Elvira – «la Signora», come la chiamavano per una specie di antonomasia – amava le storie, sapeva riconoscerle, custodirle, restituirle nella felicità del proprio racconto e nel talento del mestiere: legarle nella sua collana – preziosa parola femminile – con un solo filo, teso tra l’intuito di lettrice e editrice e la vocazione a «farsi tramite di un rapporto bellissimo tra gente che racconta storie e altra gente che le ascolta». Aveva il sentimento dei libri e ne ha fatto una ragione.


La memoria di Elvira
Sellerio - 2015 - 288 pagine

venerdì 11 ottobre 2024

Bebelplatz

Bebelplatz. La notte dei libri bruciati - Fabio Stassi - ebook

10 maggio 1933. A Bebelplatz, nel centro di Berlino, allo scoccare della mezzanotte migliaia di libri vengono dati alle fiamme. Joseph Goebbels proclama: «L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere». Su tutta l’Europa si sparge un odore di benzina e di cenere.
24 febbraio 2022. La Russia invade l’Ucraina, e di lì a qualche mese un nuovo conflitto devasterà la striscia di Gaza. Durante un tour negli istituti di cultura italiani da Amburgo a Monaco, Fabio Stassi attraversa le piazze delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri, e risale a ritmo incalzante la memoria del fuoco e delle censure, dei primi bombardamenti aerei sui civili, del saccheggio di librerie e biblioteche. Studia mappe e resoconti, si interroga sul ruolo della cultura e sulla cecità della guerra, indaga l’istinto di sopraffazione degli esseri umani. Alla fine compone un piccolo atlante della letteratura «dannosa e indesiderata» e rintraccia cinque scrittori italiani destinati alle fiamme dai nazisti: Pietro Aretino, il cantore della libertà rinascimentale; Giuseppe Antonio Borgese, cittadino del mondo e inguaribile utopista; Emilio Salgari, antimperialista amato in Sudamerica; Ignazio Silone, antifascista radicale, e Maria Volpi, unica donna della lista, disinibita narratrice del piacere e dell’indipendenza femminile.
Quello di Stassi è un appassionato discorso in difesa di tutto ciò che trasgredisce la norma, un viaggio ricco di corrispondenze, colpi di scena e nuove interpretazioni, da Ovidio a Cervantes, da Arendt a Canetti, Sebald, Morante, Bernhard: un invito a disseppellire la biblioteca di Don Chisciotte. Perché la ribellione si impara leggendo, e ogni lettore, per qualsiasi potere, «è sempre una minaccia».
Come scrive Alberto Manguel nell’Introduzione: «Da qualche parte nel mondo una mente sta ideando parole da tracciare con la mano e da decifrare con gli occhi in mezzo al fumo e alle ceneri».



Fabio Stassi, Bebelplatz. La notte dei libri bruciati
Sellerio - 2024 -312 pagine

martedì 28 febbraio 2023

Don Chisciotte e i suoi fantasmi

Don Chisciotte e i suoi fantasmi di Alberto Manguel - Sellerio

«In un’angusta cella di prigione, in una città spagnola il cui nome non vogliamo ricordare, forse Castro del Río o forse Siviglia, un uomo d’armi e di lettere, cinquantenne e già stanco, concepisce un personaggio a propria immagine e somiglianza, un cavaliere un po’ più ridicolo e più coraggioso di lui, un individuo strenuamente deciso a combattere le quotidiane ingiustizie del mondo. Tra quattro umide pareti, “ove ogni scomodità ha il proprio seggio e ogni triste rumore prende dimora”, pareti che certamente gli ricordano la sua lunga prigionia africana, il detenuto Miguel de Cervantes Saavedra dà vita a un vecchio hidalgo che rifiuta di piegarsi alle convenzioni menzognere di questo mondo e decide di obbedire unicamente alle norme dettate dalla sua coscienza».

Miguel de Cervantes finge di aver trovato il manoscritto del Don Chisciotte opera di un certo Cide Hamete Benengeli, un moro. Sono gli anni, quando lui scrive, in cui i moriscos, gli arabi convertiti, sono cacciati dalla Spagna: ultimo atto da parte del potere di un tentativo di limpieza de sangre, e di invenzione di una identità pura della Spagna. Quindi l’attribuzione a un moro e a una lingua vietata del suo capolavoro è già di per sé un atto sovversivo. E non è se non il primo degli innumerevoli doppi che si trovano in quest’opera-specchio segreto. Sono i «diversi altri», i «fantasmi» di cui Cervantes, per caso o per studio, dissemina il primo e più fondamentale romanzo moderno. Questa fitta, ingegnosa e sorprendente analisi di Alberto Manguel (Buenos Aires 1948, scrittore e uno dei lettori del cieco Borges nonché fondatore di un rivoluzionario Centro internazionale sulla lettura) li svela puntigliosamente.


Alberto Manguel, Don Chisciotte e i suoi fantasmi
Sellerio - 2023 - 144 pagine

venerdì 20 maggio 2016

La lettrice scomparsa

La lettrice scomparsa 

Un nuovo personaggio letterario, un precario dei nostri giorni che allevia i malanni delle persone consigliando loro buone letture. È così che i libri, i romanzi, la poesia, finiscono di essere pagine e inchiostro e sembrano diventare tutt’altro: medicamenti, terapie, e persino strumenti di indagine nell’oscurità di un delitto.
«Non c’è nessuna coerenza nelle nostre vite» pensa il protagonista di questo romanzo. «Ci siamo solo noi, che la reclamiamo. A creare l’universo non può che essere stato uno scrittore fallito». Ma se è così che stanno le cose, può un essere umano vivere la propria vita come se scrivesse un racconto che qualcuno deve leggere?
Vince Corso è un professore precario, non più giovanissimo. È nato dalla relazione fugace della madre, che lavorava in un hotel a Nizza, con un viaggiatore e, ogni volta che ne sente il bisogno, Vince manda una cartolina al padre sconosciuto all’indirizzo dell’albergo. L’unico ricordo che ha di quell’uomo sono tre libri lasciati nella stanza come un’eredità che gli ha segnato l’esistenza: Vince ora è un’anima di letterato che ha letto forse troppo, convinto che la scrittura sia una strana menzogna capace di manipolare la vita, perché, come dice Céline, «se si immerge un bastone in un lago per vederlo intero bisogna spezzarlo» e per lui i romanzi sono quel lago.
Per sbarcare il lunario, si inventa una professione, la biblioterapia. Qualcuno gli parla del proprio male, nello spirito o nel corpo, drammatico o ridicolo, e Vince gli consiglia un libro come medicina. Da principio lo fa con timidezza ma, poco a poco, si conquista una clientela, fatta di sole donne. E intanto lo prende un’intrigante curiosità per l’enigma del rapporto fatale tra la letteratura e la vita. E quando scopre che la vicina di casa che lo salutava sul pianerottolo è scomparsa, e che il marito è accusato di omicidio, comincia a studiarla attraverso i libri che la donna leggeva e di cui un libraio solitario e saggio aveva conservato traccia nei suoi schedari. Fino a convincersi che quella donna, con la sua scomparsa, sta scrivendo una storia che soltanto lui potrà decifrare. Forse, la verità che emerge da quella lettura-investigazione sarà una mesta vittoria della vita sulla sua adescatrice: la letteratura.
Fabio Stassi è stato ispirato dall’aver curato per questa casa editrice l’edizione italiana di Curarsi con i libri di Berthoud ed Elderkin. Ne è venuto un romanzo avvolto in un’atmosfera di mistero fantastico, pieno di malinconia perché ha a che fare con l’illusorio e l’effimero, carico di intelligenza perché vaga nel labirinto circolare vita-scrittura.


Fabio Stassi, La lettrice scomparsa
Sellerio - 2016 - 288 pagine

venerdì 15 novembre 2013

Curarsi con i libri.

Si può curare il cuore spezzato con Emily Brontë e il mal d’amore con Fenoglio, l’arroganza con Jane Austen e il mal di testa con Hemingway, l’impotenza con Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, i reumatismi con il Marcovaldo di Italo Calvino, o invece ci si può concedere un massaggio con Murakami e scoprire il romanzo perfetto per alleviare la solitudine o un forte tonico letterario per rinvigorire lo spirito. Questo suggeriscono le ricette di un libro di medicina molto speciale, un vero e proprio breviario di terapie romanzesche, antibiotici narrativi, medicamenti di carta e inchiostro, ideato e scritto da due argute e coltissime autrici inglesi e adattato per l’Italia da Fabio Stassi, autore de L’ultimo ballo di Charlot. Se letto nel momento giusto un romanzo può davvero cambiarci la vita, e questo prontuario è una celebrazione del potere curativo della letteratura di ogni tempo e paese, dai classici ai contemporanei, dai romanzi famosissimi ai libri più rari e di culto, di ogni genere e ambizione. Queste ricette per l’anima e il corpo, scritte con passione, autorevolezza ed elegante umorismo, propongono un libro e un autore a rimedio di ogni nostro malanno, che si tratti di raffreddore o influenza, di un dito del piede annerito da un calcio maldestro o di un severo caso di malinconia. Le prescrizioni raccontano le vicende e i personaggi di innumerevoli opere, svelano aneddoti, tratteggiano biografie di scrittori illustri e misconosciuti, in un invito ad amare la letteratura che ha la convinzione di poter curare con efficacia ogni nostro acciacco. Non mancano consigli per guarire le idiosincrasie tipiche della lettura, come il sentirsi sopraffatti dal numero infinito di volumi che ci opprimono da ogni scaffale e libreria, o il vizio apparentemente insanabile di lasciare un romanzo a metà.

giovedì 23 maggio 2013

Pagine bianche



Sfacciatamente bravo, raffinatissimo letterato, instancabile ricercatore di trame e vite e sottili rimandi tra fili dispersi di uomini e destini che si intrecciano, si lasciano, si riprendono, è autore di una qualità stupefacente. Persino troppo bravo, anzi, per la letteratura italiana corrente» (Stefano Salis, Il Sole-24 Ore). Delle moltitudini di volumi che non scrisse mai, il non-autore Baroncelli in questo libro dei libri raccoglie tutto: recensioni, risvolti di copertina, giustificazioni, trame, prefazioni, epigrafie, album, illustrazioni, geografie, sommari, indici dei nomi, note, tracce biografiche, incipit. Tutto tranne il testo, di cui non sente alcun bisogno essendo autore di finzioni, e di ironie lugubri e sferzanti.
«Beffarsi della penna è scrivere davvero, come vivere davvero è beffarsi della vita».
Delle moltitudini di volumi che non scrisse mai, il non-autore Baroncelli in questo libro dei libri raccoglie tutto: recensioni, risvolti di copertina, giustificazioni, trame, prefazioni, epigrafie, album, illustrazioni, geografie, sommari, indici dei nomi, note, tracce biografiche, incipit. Tutto tranne il testo, di cui non sente alcun bisogno essendo autore di finzioni, e di ironie lugubri e sferzanti. Solo che in tali finzioni immerge prima di tutto se stesso e quindi, come finzioni delle finzioni, i nostri sé di lettori.
Dopo aver creato, nei libri precedenti, migliaia di fantasiose e veridiche voci biobibliografiche relative a letterature e letterati di almeno un paio di millenni, in questo dove parla finalmente dei libri tutti suoi, quelli che non scrisse, Baroncelli si svela come una sorta di moralista secentesco trapiantato nei nostri anni, uno scrittore di Pensieri inevitabili come evitabili sono le trame dei suoi romanzi, scettico, stoico, meravigliosamente libertino di mente.
 
 
Eugenio Baroncelli, Pagine bianche
55 libri che non ho scritto
Sellerio - 2013 - 152 pagine

lunedì 6 maggio 2013

La libertà dell'editore



Le memorie di un editore tra i più vivaci, intraprendenti e innovativi del Novecento europeo: in uno stile vivace si susseguono le riflessioni sull’intellighenzia tedesca, sull’industrializzazione del mercato librario e sulle difficoltà di un’editoria indipendente, sulle possibili alternative alla globalità di una mercificazione disumanizzante, sull’Italia e sulla sua cultura.
 
 
Klaus Wagenbach, La libertà dell'editore
Memorie, discorsi, stoccate
Sellerio - 2013 - 184 pagine

lunedì 14 maggio 2012

La casa di carta


L’Io narrante è un docente argentino di ispanistica all’università di Cambridge, che ha sostituito una collega, Bluma Lennon, travolta mortalmente da un’auto mentre leggeva, incantata nel verso, una poesia di Emily Dickinson. Il professore riceve un libro a lei spedito, La linea d’ombra di Conrad, impastato con frammenti di cemento, recante una dedica della stessa Bluma che sembra accennare a un’avventura amorosa. Una restituzione, secondo tutte le apparenze. E non resiste alla tentazione di entrare nell’intimità di Bluma, di decifrare il mistero di un legame tranciato dal destino, che, attraverso quel testo dell’amato Conrad recuperato da chissà quale distruzione, gli manda una specie di messaggio imperioso racchiuso in un silenzio da squarciare. Approfitta così di un ritorno al suo paese, per trovarsi, tra Buenos Aires e Montevideo, dietro le tracce evanescenti di un uomo, Carlos Brauer. Era il destinatario, all’inizio di tutto, di quel volume dedicato poi restituito; e in una occasione aveva espresso su Bluma – rivela al professore un individuo che lo conobbe bene nelle sue ossessioni – una profezia stranamente precisa. Celebre bibliofilo, prigioniero della divorante passione per le collezioni bibliotecarie, Carlos era svanito verso terre estreme, dopo aver inseguito una chimera di dominio che lo aveva precipitato nell’inquietudine o nell’insania. Raggiunto il rifugio finale del bibliofilo, sulla costiera di una finisterre sudamericana, il professore apprende finalmente il segreto che lega Bluma a Carlos: un capriccio, una beffa del tempo circolare. La casa di carta si situa in quella narrativa incentrata su temi fantastico-intellettuali, e ha nobili maestri nel paese dell’argentino Domínguez. Le tenaci realtà generate dalla finzione o dall’interpretazione o dall’equivoco; «i libri che cambiano il destino delle persone»: con svolgimenti, in questo racconto, che seguono le linee dell’allegoria e della ricerca avventurosa.


Era un giorno di 32 ore


Giacomo, professore, unico di sette tra fratelli e sorelle a essere rimasto nel Sud, in un piccolo paese siciliano nel settecentesco palazzo di famiglia, sente parlare i libri della vecchia biblioteca di trentamila volumi. Dopo L’isola dei pantèi un’altra favola moderna di De Simone.
Una favola moderna sulla scomparsa dei libri, o meglio sul distaccarsi da essi dell'umanità relegandoli in una specie di dorata separatezza tecnica più efficiente.
 
 
Giorgo De Simone, Era un giorno di 32 ore, Sellerio
Anno 2006 - 292 pagine - € 10,00

La libreria


Florence Green è piccola di statura, asciutta, di aspetto «alquanto insignificante davanti e totalmente dietro»; è vedova, sola, e non più giovane. Vive in una piatta cittadina ventosa, circondata da paludi, affacciata su di un mare ostile, dove la vita è stagnante, e i fermenti del risveglio culturale dell'Inghilterra, che esploderanno di lì a poco - corre l'anno 1959 - sembrano ancora impensabili. Non ancora rassegnata a farsi da parte, Florence vuole mettere a frutto qualche suo risparmio e un'esperienza di impiegata nell'industria editoriale aprendo una piccola libreria, ma scopre a sue spese quanto la gente possa mostrarsi ostile verso qualsiasi cosa scuota il suo trantran - e questo malgrado l'inopinato, momentaneo successo di un romanzo piovutole dal cielo e intitolato Lolita. Anche Penelope Fitzgerald, come la sua protagonista di questo libro che la rivelò a sessantadue anni nel 1978 (prima aveva scritto soprattutto una vita del pittore Edward Burne-Jones, e una detective story per intrattenere il marito malato) e che fu subito segnalato al Booker Prize, aveva lavorato in una libreria a Southwold, cittadina sulla sabbiosa costa dell'East Anglia, altrettanto irraggiungibile con i mezzi pubblici dell'immaginaria Hardborough qui descritta; anche lei aveva abitato in una casa vicina al porto che restava allagata durante l'alta marea; e anche nella sua bottega si manifestavano forze soprannaturali, con smartellamenti e abbassamento della temperatura. Ma nella storia che i ricordi le dettarono, rivelandole il suo asciutto genio di scrittrice, gli elementi si fondono e lievitano, e l'avventura di Florence, dimentica di come gli uomini «si dividano in sterminatori e sterminati, con i primi che predominano, in qualunque momento», diventa, in un contesto di malinconica, irresistibile ironia, una parabola in cui si riconosce chiunque si batta, magari pateticamente, per la civiltà.


Come si scrive un giallo


Chesterton apre questa raccolta di scritti, a metà tra il saggio critico e la divagazione sul poliziesco, con una doppia ironia: che nel giallo «la tecnica è tutto» e che lui stesso «ha scritto alcuni dei peggiori gialli del mondo». Se fosse vero non esisterebbe Padre Brown, le cui avventure sono tutt'altro che l'applicazione di una mera tecnica, e ancor meno tra i peggiori gialli del mondo. Si tratta infatti di due paradossi presi a pretesto per entrare, nel modo leggero e denso di umorismo che gli era proprio, in una polemica contro i detrattori del genere, coloro che consideravano inesistente «il giallo di qualità come un diavolo buono», ed erano probabilmente allora la maggior parte della opinione pubblica colta. Un'impresa alla quale Chesterton si accinge spiegando come si scrive un giallo, come si lavora nella officina del mistero e della sorpresa, e intrattenendosi su alcuni dei migliori artefatti. Ma in realtà parlando di come un giallo si debba leggere, come scoprirne la qualità, come cedere al suo incanto razionale senza cadere nel vizio della serialità. «Il giallo è un gioco che il lettore gioca con l'autore» e «differisce da ogni altro racconto in questo: che il lettore è contento solo se si sente scemo». Ragion per cui si può essere buoni lettori di gialli solo se non si è scemi.


Sei donne e un libro


«Egli sempre procedeva soprattutto per intuizione. Non credeva all’evidenza degli indizi, alla certezza delle prove. Nessuna prova era certa. Nessun delinquente firma il suo delitto. Il caso lo firma». È un modo di muoversi e di pensare, quello del commissario De Vincenzi, che sfugge a ogni modello di detective fino a quel momento prevalente. Il suo creatore, Augusto De Angelis, in questo Sei donne e un libro, datato 1936, secondo romanzo di una serie numerosa, più di altre volte si sofferma a descriverlo. È un poeta, professionalmente e politicamente tiepido se non scettico; di letture eretiche per l’epoca (in questa avventura cita lo sconsigliabile Oscar Wilde, e in un’altra, addirittura, un Freud gli balena tra le mani); inoltre sembra cospargere sempre le sue inchieste di umori crepuscolari che lo dominano. Ma quanto il suo creatore De Angelis possa qualificarsi come la fonte originale del giallo all’italiana, si apprezza soprattutto nelle ambientazioni e nelle atmosfere in cui fa muovere il suo investigatore: una Milano consapevole di essere moderna, che sta scoprendo di essere metropoli, animata dalle sculture meticolose di ogni personaggio che formano sempre dei piccoli spaccati sociali. «Non possono restare nello spirito – scriveva l’autore in una pagina di teoria del romanzo giallo – creature d’arte che non abbiano un’anima». Le sei donne del titolo sono quelle che hanno circondato il professor Ugo Magni, medico di successo, senatore, «un vittorioso, un fortunato della vita». Viene trovato ucciso nei locali di una piccola libreria. C’è un libro scomparso, conventicole dedite a spiritismo e una strana premonizione affidata a dei ferri chirurgici recapitati in questura dentro un camice bianco. De Vincenzi indaga tra interni Déco con dame stupende, tra esterni affaccendati e case di ringhiera in un universo di portinaie e popolani.


Il libro invisibile


Dovlatov è morto giovane, meno che cinquantenne nel 1990 nel suo esilio di New York. Forse nessuno meglio di lui è riuscito a raccontare l’Homo sovieticus, i suoi caratteri essenziali quali erano quelli degli ultimi decenni del comunismo prima della caduta, quando il regime era diventato soprattutto il regno della stupidità. E chissà quali vette d’umorismo avrebbe raggiunto se avesse potuto descrivere le sue trasformazioni successive. Poiché – come nota Laura Salmon, curatrice di questo volume – Dovlatov possedeva in modo sublime ciò che Pirandello considera il vero umorismo, cioè «il sentimento del contrario». Un «riso tra le lacrime» che pare aver colto il vero cuore della società in cui viveva, consistente, appunto, nel contrario di quanto preteso dal dogma di Stato: che gli esseri umani sono per natura buoni e stupidi naturalmente. Invece a Dovlatov appaiono maliziosi, forse maligni per natura, e molto intelligenti. È come se l’oppressione burocratica li costringesse a una bizzarra anarchia morale, una perpetua instabilità da emarginati, quale unico mezzo di sopravvivenza quando gli unici possibili legami civili ufficiali con gli altri sono quelli della stupidità. E questo contrasto tra il dogma e la realtà, rende tutti quanti, privilegiati ed oppressi, straordinariamente umani e straordinariamente divertenti. Così leggere le tante situazioni comiche, i tanti personaggi spontaneamente surreali, i dialoghi assolutamente imprevedibili, è come fare un amaro ed allegro viaggio, un on the road in un luogo spensierato perché oltre ogni speranza. Il libro invisibile, come le altre sue opere, è una «commedia autobiografica» e racconta dei tentativi fallimentari dell’autore di essere pubblicato in un ambiente in cui, più che la censura che ha il pregio di essere definita e netta, agisce un altro, più micidiale e condizionante meccanismo: «L’inettitudine totale non era spendibile. Il talento era sospetto. La genialità terrorizzava. La moneta più gradita era una moderata competenza letteraria». Ma parlare di sé è in realtà il pretesto per presentare il numero infinito di incontri, in cui, per l’occasione, si è articolata la ricerca di questo geniale e solitario narratore di storie, che parte dall’URSS anni Ottanta ma, come Gogol’ muoveva dalla Russia zarista, in cerca dell’animo umano universale.


Il libro di legno


Il professor Mirabella, stimato docente palermitano, è morto lasciando una biblioteca ricca di volumi; ornamento della grande casa e ricordo per gli eredi, se non fosse per una piccolissima pecca: dei libri mancanti, dati in prestito a persone diverse. Il metodico studioso li aveva rimpiazzati temporaneamente, colmando gli spazi vuoti con dei sostituti di legno, etichettati con titolo data del prestito e destinatario. Per sanare la lacuna, Cristina, la bella figlia maritata con un noto luminare, della più distinta società cittadina, si rivolge a un nessuno. È Enzo Baiamonte, cinquantenne dalla vita ordinaria e ritmata di modeste abitudini di quartiere, un radiotecnico che per arrotondare aiuta un avvocato a recuperare oggetti e trovare persone – e talvolta prove di adulteri. Chiamarlo investigatore è troppo, ma Cristina è così affascinante e misteriosa (e anche lei adultera), così poco credibili quegli individui (un costruttore, un prete, il suo aiutante) i quali negano il possesso di un innocente testo di riflessioni devote, che l’indagine parte da sé, sospinta dal puro desiderio di immaginarsi in una vita meno monotona, e scivola dentro al labirinto di specchi in cui il privilegio si incontra con il crimine organizzato. Ciò che Enzo cercava veramente: l’avventura, lo trova, in una serie di ineluttabili peripezie, in una selva di personaggi ciascuno scolpito con rilievo sociologico millimetrico, in una geometria di impercettibili spostamenti che avvitano un’investigazione inesistente, qual è il recupero di un libro di legno, in un giallo sulla cosiddetta zona grigia, che si complica nella cospirazione di una dark lady, inattingibile per una sistematica inchiesta poliziesca. E il modesto trovarobe del delitto trova anche un riscatto che vale per lui e per quelli come lui. Difficile immaginare un personaggio sagomato così bene, come Enzo Baiamonte, per un intrigo imperniato sull’elusività sociale della mafia. Cinquantenne inchiodato nel limbo della giovinezza dall’eterna attesa, artigiano di mente e di costumi costretto a una esistenza nemmeno proletaria, abitante all’Olivuzza, l’ultimo forse quartiere della vera Palermo del secolo scorso, Enzo rispecchia un ritratto sociale tipico e diffuso: la generazione di una microborghesia dall’ascesa sociale bloccata, i traditi della scolarizzazione di massa. E nel suo personaggio di Marlowe palermitano, senza la scorza dura ma con lo stesso disincantato candore e un uguale senso di giustizia naturale, si incide il senso, dietro l’intreccio, che un giallo letterario deve avere. Che è il popolo degli Enzo Baiamonte la vittima propria della mafia e solo da essi muoverà l’intelligenza per batterla.


Dieci domande sui libri


Dieci domande sui libri è il testo di una lezione tenuta da Herbert R. Lottman (esperto di tendenze dell'industria editoriale e consulente internazionale) il 31 gennaio 1992 in un seminario della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri. Una lezione esposta in forma di risposte a domande sul futuro della specie libro: specie, non merce, ovvero merce di una qualità particolare, destinata a sfuggire a usuali classificazioni merceologiche e a un futuro particolare, di maggior valenza, nella storia, nella civiltà. Dieci risposte su quali tendenze, e come assecondarle, di una certa industria, ma anche, essendo la specie libro abitante la nostra civiltà, dieci lezioni in certo modo sulla civiltà.


Herbert Lottman, Dieci domande sui libri, Sellerio
Anno 1993 - 52 pagine - € 6,00

Del furore d'aver libri


Forse segno dei tempi, del mutarsi di una funzione dei libri e di un'utenza, è l'inserimento nel secondo volume dell'Enciclopedia illuminista della voce «Bibliomania»: «furore di avere libri e di ammucchiarli»; e col consiglio di farsi una biblioteca secondo l'uso di un signor Falconet, il quale se «non vi sono che sei pagine meritevoli d'esser lette, separa quelle dal rimanente, e getta l'opera nel fuoco». Le Varie avvertenze utili e necessarie agli amatori de' buoni libri disposte per via d'alfabeto del prete padovano Gaetano Volpi, editore, che in questa edizione prendono il titolo dalla voce dell'Enciclopedia, uscirono l'anno prima, nel 1756, e sembrano segno opposto di quegli stessi tempi: un prontuario e una guida alla scelta, conservazione e raccolta dei libri come oggetti di un culto prezioso, legati ancora ad antichi rituali. Ma le astuzie dell'editore Volpi - e una delle astuzie, tra i casi che Gianfranco Dioguardi racconta nella Nota al volume, è quella di presentare i libri come cosa di pochi perché in molti li acquistino - indicano semmai il contrario. Come la voce dell'Enciclopedia, i consigli del Volpi segnano un tempo, in cui il libro va ad essere una cosa diversa, desiderando conservare alcunché della cosa che era. E segnano, ironicamente, anche i nostri tempi.


Gaetano Volpi, Del furore d'aver libri, Sellerio

Libri e biblioteche


Arroccato in un metaforico vascello uno straordinario libraio romano, che conosce come pochi la sua arte, sogna di raccogliere in un unico grande libro i frontespizi, gli «indirizzi» ai lettori, in breve la storia di alcuni grandi libri ai quali dobbiamo ciò che siamo. Anche i bibliofili sognano. Giovanni Tzetzes sognò un libro che non sapeva più rintracciare: lo sognò in fiamme. Ed il protagonista dell'Enfer du bibliophile di Asselineau, cioè Asselineau stesso, sogna, nell'ultimo capitolo dell'Enfer, che una banda di feroci librai, capeggiati da un demone, gli saccheggia, per puro vandalismo, i libri raccolti in una vita: «i libri cadevano come pioggia, si schiantavano nel selciato». Il sogno dei bibliotecarî invece più sereno: nulla più, nulla meno che fermare il tempo. Raccogliere libri e classificarli per futuri lettori che non conosceremo mai, che verranno (noi immaginiamo) secoli dopo di noi significa pensare che se non noi, almeno quello che a noi piacque leggere durerà sine die. In questo i bibliotecarî completano il mestiere degli storici: i quali ugualmente anche si illudono di fermare il tempo con l'antico ritrovato di fissare gli eventi sulla carta. Ma già perché letti da altri, i fatti, come del resto i libri, divengono altro. È il presente, o per meglio dire il presente di ogni generazione, che alla fine prevale. Libri e biblioteche ne sono l'alimento: in ogni momento uguale e diverso.

 
AA. VV. (a cura di Luciano Canfora), Libri e biblioteche, Sellerio
Anno 2002 - 128 pagine - € 8,00

La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo


«Chi è stato, anzitutto, Alberto Vigevani? Non posso che rispondere: un poeta, anzi: un poeta che ha scritto romanzi», scrive Lalla Romano in un elzeviro del «Corriere» in memoria dell'amico Alberto Vigevani, il grande bibliofilo. E continua: «I suoi romanzi formano un corpus coerente e nutrito; e nella sua visione dell'umanità attraverso i suoi romanzi, pur nella varietà dei contesti, c'è un carattere costante. Forse appunto quello che ho chiamato "tenero". Una delicatezza di linguaggio e di sentimenti resa forte dalla struttura». E queste tre determinazioni - il poeta, il romanziere, il bibliofilo - si incontrano, si rincorrono e si mescolano in questo libro. Vigevani narra, in un unico lungo racconto, diviso per quadri, la sua avventurosa vita di cacciatore di libri rari. E sono immagini di fresco e divertito umorismo, movimentate dalla tensione dell'attesa, dal gusto della conquista, di grande tenerezza per i suoi anni, i suoi incontri, i suoi mari del Sud e le sue giungle di carta e di inchiostro.


I fantasmi delle biblioteche


Jacques Bonnet, scrittore ed editore, rievoca la genesi lontana di questa variazione sul tema dell’incantesimo dei libri su certi individui. Fu un incontro con Giuseppe Pontiggia. Entrambi condividevano «la stessa felicità e maledizione che ci era toccata in sorte»: un’enorme biblioteca con molte migliaia di volumi, non da bibliofili o da collezionisti, ma una normale biblioteca generalista, in cui ammucchiare libri letti o da leggere o solo da annusare. Conversando tra loro, era venuta l’idea di fondare un’associazione per i proprietari di biblioteche oltre le ventimila opere, una specie di mutuo soccorso e consiglio. Naturalmente non se ne era fatto niente. Ma col tempo l’esame divertito dei problemi, di chi di non può fare a meno di comprare ogni libro che contiene anche una sola promessa, è germinato nei capitoli di questo che si presenta come un trattatello sull’arte di convivere con troppe librerie (ma mai sopra la spalliera del letto: per non imitare la fine leggendaria di un grande compositore parigino). Che è ben di più che un trattatello su un piccolo tema curioso. È una piacevolissima danza tra gli scaffali di una sterminata libreria a parlare di tutti i rebus di spazio (come quel personaggio che, non avendo più stanze per contenere i libri, li usò per costruire la casa che poi distrusse per ritrovare un singolo volume) o di tempo (le più diverse e capricciose catalogazioni: come quella di Warburg così precisa di affinità tra i testi che se ne perse il senso, morto l’autore), discutendo le più fantasiose e bizzarre soluzioni, i ricordi, gli aneddoti, gli incidenti e gli enigmi: rievocando le vie della passione per la lettura di quei tanti personaggi memorabili (di uno Sciascia, per esempio, che nel suo appartamento siciliano conservava il Journal dei Goncourt ignorato dall’autore stesso) convinti, o illusi, che un lettore intelligente trova almeno una cosa degna in ogni libro. Una danza con i fantasmi delle biblioteche, cioè con quelle strane presenze (primi i sostituiti, detti «fantasmi» appunto, inseriti negli spazi di un libro prestato, e perduto) che occupano la mente dei proprietari e a volte fanno sembrare, all’imperfetta memoria, una grande biblioteca dotarsi con il tempo di vita propria.