«Come D.H. Lawrence», scrive l’autore di questa intervista, «Henry Miller è da molto tempo un simbolo e
una leggenda. Critici e artisti hanno sostenuto la sua causa, gruppi di
ammiratori adoranti lo hanno fatto oggetto di veri e propri pellegrinaggi, i
beatnik lo hanno emulato: Miller è, sopra ogni altra cosa, un eroe della cultura
contemporanea - o un nemico pubblico, per quelli che lo vedono come una minaccia
all’ordine e alla legalità». Ma di fatto, l’uomo che ha di fronte durante questa
conversazione (avvenuta a Londra nel 1961, quando Miller aveva settant’anni)
«assomiglia a un monaco buddista che abbia ingoiato un canarino». Con voce
pacata e melodiosa, con umorismo, calore e grande lucidità, racconta i dettagli
del processo della scrittura, sempre in bilico fra controllo/disciplina e
possessione/abbandono, ricorda gli anni parigini di Tropico del cancro e
il successivo rifugiarsi a Big Sur, parla di Rimbaud e Lewis Carroll, di pittura
e di jazz, e, ovviamente, di sesso, rivendicando la gioia liberatoria
dell’oscenità.
George Wickes, Intervista con Henry Miller
Minimum fax - 1999 - 94 pagine

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