
La Fiera di Francoforte viene spesso raccontata – o meglio, immaginata –
come una specie di festa mobile vagamente esoterica, dove, in un
tintinnio di calici, e a volte in un fruscio di lenzuola, signore e
signori molto lungimiranti decidono cosa il pubblico dovrà comprare e
leggere (soprattutto comprare) nei dodici mesi successivi. Non è una
rappresentazione completamente fittizia, ma per arrivare a un’immagine
più convincente di questo strano mestiere, e del suo rito più fastoso,
ci vogliono quelli che i militari americani chiamerebbero boots on the ground. Che qui il narratore indubbiamente indossa già partendo da Milano, o non sopravviverebbe alla telefonata hot
con cui il suo compagno di viaggio, un fotografo con la singolare
perversione di ritrarre solo scrittori, occupa per intero le sette ore
di strada. E che non si toglie nemmeno durante una Buchmesse, se
possibile, più convulsa di tante, dove la caccia a un improbabile
bestseller si incrocia con l’inquietante apparizione di un agente che
non avrebbe più dovuto essere in questo mondo – a meno che non sia tutta
la rumorosa baracca a essersi inavvertitamente trasferita nell’altro.
Non c’è molto da aggiungere, per un libro che è solo una commedia. Se
non un’avvertenza: ogni riferimento a persone esistenti, o a fatti
realmente accaduti, non è per niente, ma proprio per niente, casuale.
Matteo Codignola, Cose da fare a Francoforte quando sei morto
Matteo Codignola, Cose da fare a Francoforte quando sei morto
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